Sto raccogliendo ancora idee su Marco Castello (vivo di fissazioni, che ci posso fare?).
Cercavo in qualche modo di arrivare all’essenziale, e non è facile, perché Marco Castello è una nebulosa fatta di milioni di puntini (che poi li unisci e compare una funcia di minchia).
Cominciamo a diradare questa nebulosa funciosa.
Marco Castello ha ALMENO due cose in cui eccelle (la musica e i testi) e queste due cose hanno una forza attrattiva enorme, richiamano a sé tutti quei milioni di puntini che poi formano la nebulosa (citazioni, ripescaggi di musiche, autori, atmosfere, evocazione di luoghi, nomi di persone reali criptati e da decrittare, lessico familiare, idioletto, e tantissimo altro ancora) che fanno aumentare di spessore e di forza quella che solo in apparenza può apparire come una massa gassosa (il rischio è di scambiare l'operazione di Castello per una specie di collage, di pastiche, cosa che non è affatto, essendo anzi molto organica). La difficoltà di arrivare all’essenziale aumenta perché Castello è anche un intreccio indissolubile di minchionesco e serissimo: un suo pezzo può partire drammatico e finire a porcheria, o al contrario può cominciare con una lallazione da neonato e concludersi con armonie dodecafoniche e frasi alla Bianciardi o alla Delfini o alla Landolfi:
Beato pollo e svizzero
che ha tutta la tua bramosia
per esempio, è un distico che comincia con una citazione dal menu del camion dei panini e finisce con un preziosismo.
Con un cantautore o parti dalla musica o parti della lingua. Non sono capace di analizzare la musica di Marco Castello (anche se sono capacissimo di amarla). Posso basarmi solo sulla lingua: di cosa parla, di cosa scrive e come ne parla e come ne scrive.
Ci provo:
“I torpi coi motorini in piazza”
“Ce ne andiamo a guardare le industrie, che di notte è allucinante”
“Se non ci provi adesso, sei un puppo”
”Posto di blocco ci su i vaddia con il cane”.
Castello ha un trentina d’anni. Il gergo però è lo stesso gergo mio, e potrebbe essere anche quello di un mio fratello maggiore (se lo avessi) o minore (purtroppo ce l'ho). Forse anche dei miei genitori, dei miei zii, in parte pure di mio nonno.
Nessuno di quelli che rientrano in queste fasce d'età, però, è stato mai capace di usare questo gergo, questa lingua, queste immagini che pure tutti avevamo sotto agli occhi, per farci qualcosa, per dire qualcosa.
Nessuno aveva mai usato con tanta disinvoltura questa lingua (la nostra, questo ibrido di italiano, gergo giovanile e vernacolo) per “capire” qualcosa, per “pensare” qualcosa.
L’abbiamo usata per scopi futili, ed uno dei motivi per cui tutti i pensatori, gli scrittori e perfino i cantanti siracusani sono risultati o mediocri oppure tromboni e insopportabili risiede di sicuto, almeno in parte, in questo mancato utilizzo di una lingua autentica.
Quando qualcuno voleva dire qualcosa, ricorreva all’italiano standard (bruttino, spesso poco disinvolto, qualche volta proprio impacciato). Peggio ancora ha fatto chi si è avventurato nel dialetto: ne ha usato una versione inesistente, a volte arcaica, a volte iper colta, a volte finta e basta (una cosa che mi infastidisce da sempre è l’uso dell’articolo “Lu” o “La” nelle canzoni, nelle poesie e perfino nei dialoghi recitati del teatro dialettale: chi è che dice o ha mai detto “Lu”? Tutti da sempre diciamo “U” o “A”, solo nel siracusano finto c’è “lu”. U suli diventa Lu suli; ma perché?).
Certo, alcuni recuperavano pezzi “archeologici” (e anche Castello lo fa, e quando lo fa, lo fa, giustamente, in modo filologico), però mai nessuno che si sia azzardato e mettere in una canzone un frase presa dal parlato autentico.
E invece era così facile:
Scupine combinate a carnevale
disse il maschio bianco Cis
(che testacoda di autocoscienza questa frase che si completa nel verso successivo, questo sì che è un enjambemet).
Siamo stati una generazione, anzi più di una, molte più di una, di inetti, di incapaci, non è emerso non solo nessun talento narrativo, ma nemmeno nessun “orecchio”, nessun radar, nessuno capace di intuire e poi, per istinto, restituire quella parte di lingua che “dice” la città.
Forse sto forzando un po’ la poetica di Castello, sto cioè attribuendo, a causa della lingua che usa, a uno dei suoi molti temi (il racconto di questa città) un'importanza, un centro che lui non vuole concedergli.
Prima di farlo però, ho fatto delle verifiche (in neolingua fact checking, ma mi viene un ictus a scriverlo).
Marco Castello ha pubblicato tre album: trenta brani che in media durano tre minuti (sarebbe bello se li avesse scritti tutti in terzine, però purtroppo no).
In tutto il corpus del suo repertorio, il toponimo “Siracusa” ricorre solo quattro volte. Tuttavia, tutte le canzoni contengono almeno un riferimento a un luogo, un quartiere, una strada, un elemento geografico o paesaggistico, un termine lessicale che fa riferimento esplicito a Siracusa.
Quattro canzoni hanno un toponimo siracusano come titolo:
Marchesa
Villaggio
Vessenali
All’acqua ghiacciata.
(In queste elenco inserirei anche Torpi e Mutu e scippi coppa, perché si tratta di espressioni idiomatiche molto localizzate).
Poi ci sono quattro pezzi composti totalmente in dialetto:
Addiu (in un dialetto arcaico, viene anche recuperata una antica filastrocca)
Beddu (un dialetto contemporaneo)
Chiuviti/nun chiuviti (mescolanza di dialetto antico e contemporaneo)
Eureka (linguisticamente forse il suo capolavoro: dialetto, gergo, prestiti dall’italiano, anche qui c’è una filastrocca con degli innesti legati all’attualità).
Va aggiunto che ci sono molti pezzi in cui il riferimento a Siracusa è camuffato con delle allegorie. Tra i vari esempi, quello più rappresentativo è forse Contenta tu. Qui l’autore opera una personificazione della sua città e a lei si rivolge direttamente:
Sei bella ma cretina
e vuoi somigliare a qualcosa che invece fa schifo
non mi innamori più
tu non cambi mai
non sai che cosa sei
e ti sprechi
io non ci provo più
tu ti vuoi così.
Sono versi ambigui, vero? Potrebbe benissimo trattarsi di Giuaneddu che si rivolge a Sabrina, e invece si tratta di un cittadino che si rivolge alla sua città (di merda).
Quindi sì, direi che ho portato abbastanza prove, mi sento abbastanza autorizzato a scrivere che Marco Castello parla molto di Siracusa nelle sue canzoni.
Grazie al cielo però non scrive mai canzoni SU Siracusa.
A volte fa una specie di fenomenologia/descrizione del siracusano, è vero:
Se resto ancora in mezzo a tutti 'sti mischinazzi
Forse m'attocca finalmente l'invalidità
tipica frase di chi se ne è andato, se ne sta andando, se ne vuole andare ma non è ancora un "risolto".
Per lo più però si tratta di pezzi molto intimi, anzi io direi mentali: usa delle immagini molto vivide che servono a illustrare concetti, pensieri suoi, autonomi, molto spesso critici, e comunque sempre molto analitici.
Siracusa non è uno sfondo, non è un’ambientazione: pensieri e sensazioni di Castello sono un tutt’uno con la città, prendono o hanno preso forma qui, qui si sono manifestati alla sua coscienza, questi sono i luoghi che li hanno innescati.
La testa di Castello sembra pensare, mettersi cioè in movimento, "a partire da Siracusa". Siracusa gli fa più che altro salire il nervoso, ma rimane il fatto che i suoi pensieri non sono scindibili da Siracusa, e infatti lui non li scinde: li racconta per come gli vengono.
Raccontare un pensiero è la cosa più bella che possa fare un autore, che sia cantautore, scrittore, poeta, saggista, scultore o regista. Era mai stata fatta questa cosa da un nostro concittadino, con la nostra città? Io non ne ho memoria.
Siracusa non aveva mai avuto una sua autorappresentazione. Significa che non c’è mai stato nessuno di qua che sapesse dirci chi siamo per almeno mezzo secolo, se non di più (mi azzardo a dire che non l’abbiamo mai avuta: Vittorini era un siracusano? Secondo me no, e comunque ha fatto tutta un’altra operazione).
C’è voluto un ragazzo nato negli anni ’90 per usare il nostro slang, per riuscire a dire noi stessi A NOI STESSI e da qui a raccontare noi, per come siamo davvero, al resto d’Italia e oltre. Se Marco Castello usa aggettivi sostantivati come “torpi”, “scupine” “pillirini”, “ammaccateddi”, “bella palla”, o vecchi calembour come “U pacchiu è bellu e ‘a minchia fa buddellu” non è perché è vintage: è perché è DAI TEMPI IN CUI SI USAVANO QUESTE PAROLE che non abbiamo nessuno che le usi per come si deve, per fare dire loro quello che davvero vogliono dire, per dare alla lingua un contenuto e un significato. In questo senso Marco Castello è miracoloso, è il messia che aspettavamo, ma è anche la prova provata di quanto scarsi siamo stati noi, tutti quelli che lo hanno preceduto, che non abbiamo avuto nessuna pulsione, nessun interesse, oltre che nessuna capacità, di dire le milioni di cose che ci sarebbero state da dire.
Nelle canzoni di Castello (bisogna ricordarsi che è un trentenne) c’è anche la cosiddetta neolingua (e meno male, almeno una cosa da trentenne normale la fa). Vediamo però come viene utilizzata:
Non prendo sonno
E scrollo signorine maggiorate
Nel feed e nelle cam.
“Non prendo sonno” è un calco dal siracusano. Nel verso successivo, invece, il termine in neolingua (“scrollo”) viene accostato a un abbinamento nome/aggetivo (“signorine maggiorate”) dal sapore retrò. Nell’ultimo verso dell’esempio, ci sono due prestiti necessari (“feed” e “cam”) .
Quando ricorre alla neolingua del suo tempo, Castello la innesta sempre in un contesto molto composito. A volte sembra rispondere a una necessità espressiva, a un’esigenza di precisione lessicale, per connotare bene ambiente e personaggi. A volte, le espressioni in neolingua suggeriscono una forma di ironia nei confronti di chi le usa, o comunque sembrano far parte di un gioco:
Smetto con le foto del Plemmirio per farmi mandare i nudes.
Infine ci sono un titolo e un ritornello folgoranti, costruiti su un termine di moda:
L’empireo dei risolti.
La padronanza dell’italiano, ovviamente, è assoluta, ed è dimostrata da quelle strofe in cui Castello accosta espressioni in italiano, in dialetto e in neolingua, ottenendone incredibilmente una perfetta coerenza linguistica:
Uora iettu uci
Amuni
E si spegne la luce
Mentre faccio pipì
Una sola strofa, almeno tre registri stilistici diversi (dialettale, italiano standard, infantilismo), tutti utilizzati con un tempismo perfetto.
Si tratta di una lingua molto stratificata, quindi (LAYERS, avrei dovuto scrivere LAYERS, ma solo a rileggere questa parola, scritta qui apposta per dire che mi fa orrore scriverla, ho avuto il secondo ictus della giornata). Per questo forse Marco Castello arriva a tutti, non solo ai ragazzi, anche agli adulti, anche ai vecchietti, perché in realtà è lui che si sta facendo carico di raccontare almeno 40 anni di Siracusa. Forse anche molti di più. Non abbiamo mai avuto nessuno che parlasse di noi a noi e al mondo. In un colpo solo, ne abbiamo trovato uno che lo fa in almeno tre lingue: l’italiano, il dialetto e la musica. Ci siamo rifatti.

Anche qui esprimo la mia reazione: Marco Castello è il nostro Verga e Mario Fillioley (Aciribiceci) il suo Capuana
È esattamente quello che ho realizzato quando ho ascoltato Marco per la prima volta: usare questo strano ibrido di italiano, siracusano e altro così familiare, e che in buona parte uso anche io, è un’idea talmente buona che dopo ti sembra quasi ovvio che funzioni (ovviamente non lo è). Personalmente poi aiuta a fare scorrere il continuo amarcord liceale che ho ascoltandolo (sarà anche stato fare il Corbino negli stessi anni) ancora più facilmente.
Sono curioso dell’argomento su Vittorini non-siracusano: ho la sensazione tu abbia ragione ma non saprei spiegare perché.